I luoghi della visita

Rifugio antiaereo di Piazza Risorgimento

“A mezzogiorno c’è stato un allarme. Ma ben pochi scendono nei rifugi ormai; s’ è creata una specie di indifferenza che appare incredibile dopo il terrore dell’ anno scorso. Al suono delle sirene la vita si arresta, i tram si fermano, i negozi si chiudono; ma la gente si limita a guardar per aria. Oggi c’è il sole e tutti sono stati sul giardino a goderselo, come una vacanza.”
(Ada Gobetti, “Diario partigiano”)

A partire dall’autunno 1942 il grande numero di bombardamenti che investì Torino pose in maniera drammatica il problema della scarsità di rifugi antiaerei adeguati. Furono demolite le inefficaci trincee scavate fino a quel momento e si costruirono rifugi pubblici. Nel dicembre del ’44 questi rifugi potevano accogliere più di 45.000 persone.
Il rifugio di piazza Risorgimento è uno dei più grandi in città. Costruito in cemento armato a 12 metri di profondità, si articola su tre gallerie parallele larghe 4 metri e mezzo e lunghe 40, collegate da otto passaggi per una dimensione totale di 700 metri quadrati. All’interno sono conservati i sedili e si possono ancora leggere sulle pareti le scritte con le indicazioni di comportamento durante i bombardamenti. All’esterno un grande cumulo di terra di riporto proteggeva ulteriormente la struttura, alla quale oggi è possibile accedere attraverso una botola chiusa da un portellone metallico che si trova sulla piazza.


Carceri Nuove

“Forse uno dei momenti più brutti della mia prigionia è stato proprio l’ingresso alle carceri Nuove, perché andare in prigione, con la mia mentalità, forse piccolo borghese, era una tale vergogna… Non solo, ma poi entrando in prigione ci hanno divisi: mio marito è andato nel braccio degli uomini e di me si sono dimenticati. Io ero in questo piccolo sgabuzzino col bambino che piangeva e non veniva nessuno, e mi è sembrato un tempo infinito, interminabile.”
(A. Bravo, D. Jalla, “La vita offesa”)

Il carcere giudiziario di Torino fu edificato tra il 1862 e il 1870.
Durante il fascismo e ancor più durante gli anni della guerra divenne luogo di reclusione per gli oppositori del Regime. Dopo l’8 settembre 1943 la repressione fascista e nazista, la legge imposta dall’occupante e l’arbitrio degli arresti e delle razzie condussero in carcere nuovi soggetti: operai arrestati dopo gli scioperi, ebrei in attesa della deportazione, partigiani catturati, renitenti alla leva, cittadini incappati in una retata. Alla dura condizione carceraria si aggiunse l’incertezza per la propria sorte: si usciva per la deportazione nei Lager, per l’esecuzione della condanna a morte, per l’improvviso prelievo di prigionieri da fucilare come rappresaglia, per l’invio al lavoro coatto in Germania.
Un braccio delle carceri, il primo, era gestito direttamente dalle SS, che si distinsero per l’efferatezza delle torture inflitte ai prigionieri.
Oggi una lapide ricorda i detenuti politici che, dal 1922 al 1945, pagarono con il carcere la propria scelta antifascista.


Sacrario del Martinetto (solo giri primaverili)

“Si. Ho assistito all’esecuzione. Sono stati eroici e sereni. Giunti al Martinetto si sono abbracciati. Il generale ha dato l’attenti con voce così imperiosa che non solo i condannati ma perfino il plotone si è irrigidito. Allora il generale ha gridato – Viva l’Italia libera!
e tutti hanno risposto – Viva l’Italia libera!”
(Valdo Fusi, “Fiori rossi al Martinetto”)

Il piccolo poligono del Martinetto è tutto ciò che rimane di una più vasta costruzione che la Città di Torino affidò alla Società del Tiro a Segno Nazionale del 1883.
Dopo l’8 settembre 1943 il poligono fu scelto dalla Repubblica Sociale come luogo dell’esecuzione delle sentenze capitali emesse contro i partigiani e gli oppositori del regime. Furono in cinquantanove a incontrare qui la morte, tra cui i membri del primo Comitato militare regionale piemontese (Balbis, Bevilacqua, Biglieri, Braccini, Giachino, Giambone, Montano e Perotti), fucilati il 5 aprile 1944.
All’interno, una grande lapide e un cippo ricordano i caduti per la libertà, mentre una teca contiene i resti carbonizzati di una sedia usata per le fucilazioni e, come era norma, bruciata subito dopo.